Il successo netto e il rebus alleati

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di Massimo Franco

L’Italia vira a destra in modo netto, rispettando le previsioni. E archivia un mondo, e forse più d’uno. Le prime elezioni post-pandemia, con un Parlamento ridotto di un terzo, premiano Giorgia Meloni che traina il suo schieramento. Confermano la crisi del Pd e della sinistra, tanto più che a tarda notte il partito di Enrico Letta rimaneva sotto la soglia psicologica del 20 per cento: un esito che, oltre a uno scontro sul segretario, porrebbe un problema sul futuro di quel partito, risospinto al minimo storico del 2018. E ritrovano un populismo grillino più che dimezzato, è vero, rispetto al trionfo di quattro anni fa. Ma il M5S è stato capace di un ultimo trasformismo da «Lega Sud».

Ha fatto dimenticare una legislatura al governo con tutti, tranne con Meloni. Infine, propongono un terzo polo centrista al di sotto delle sue ambizioni di arrivare al 10 per cento. È questo il primo mondo che il 25 settembre ha messo nell’angolo, minato da rissosità e narcisismi quasi congeniti. Ma il secondo mondo scompaginato dalle urne è quello degli equilibri nel centrodestra. Da ieri, la coalizione che per decenni ha visto in Silvio Berlusconi il faro politico, elettorale e culturale, ha una nuova leadership. La stessa Lega, che nel 2019 sembrava in grado di sostituire il berlusconismo, arretra vistosamente: FI è apparsa quasi appaiata a un Carroccio in discesa. A guidare quello che si configura ormai come un destra-centro è il partito di Fratelli d’Italia. E a questo punto Meloni è la candidata naturale a succedere a Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Ci sarà tempo per analizzare la volatilità dell’elettorato italiano: il fatto che nel 2018 Meloni avesse il 4,3 per cento dei consensi, e da ieri sei volte tanti; o che la Lega oltre il 30 per cento appena due anni e mezzo fa, ora arranchi sotto il 10 per cento. Quanto a Berlusconi, la sua stella brilla in modo intermittente e declinante da tempo. Ma Forza Italia si ritrova a sorpresa una formazione determinante del centrodestra.

L’ulteriore aumento dell’astensionismo ha superato le previsioni, con punte preoccupanti oltre il dieci per cento a sud.

La percentuale dei votanti è calata anche per una campagna elettorale a dir poco sconfortante e mediocre. Ma c’è di più, evidentemente. Sul piano dei seggi, grazie agli errori della sinistra e al controverso sistema elettorale voluto da Matteo Renzi quando era segretario del Pd, la vittoria è indiscutibile. A livello di singole forze politiche, invece, con l’eccezione di FdI la frantumazione rimane vistosa: presagio di un sistema che non si può definire ancora stabilizzato, perché sembra destinato a produrre in prospettiva nuove leadership, nuove aggregazioni, e forse qualche scarto. Rimane, palpabile, il tema dell’impatto che questo cambio di stagione potrà avere sul piano internazionale, e soprattutto europeo.

Il passaggio delle consegne, quando avverrà, a novembre, tra il premier Mario Draghi e Meloni, prima donna a ricoprire l’incarico, comporterà un costo in termini di immagine e di percezione del Paese all’estero. Non si può ignorare che fuori dai nostri confini la nuova fase è osservata come un’incognita, e da qualche cancelleria addirittura come un trauma. Si temono un effetto domino sulle alleanze continentali, con un sovranismo rianimato dai risultati italiani, che fanno seguito a quelli in Svezia; e un rimbalzo «buonista» verso la Russia per la presenza di Lega e FI nella coalizione. Dipenderà molto dai rapporti di forza interni. Costituzione alla mano, occorreranno circa due mesi per formare un governo. Ma la direzione di marcia si capirà già dal modo in cui verranno fatte le scelte ai vertici del Parlamento; dalle prime uscite dei vincitori sui rapporti con l’Europa e sulle sanzioni contro il regime di Vladimir Putin. Per paradosso, la fase di transizione potrebbe segnare il percorso successivo più di quanto si pensi. Il compito della coalizione sarà in primo luogo di smentire diffidenze debordanti fino al pregiudizio. Si tratta di garantire una transizione che offra continuità in politica economica e sulla collocazione internazionale dell’Italia.

C’è da sperare in un sussulto di responsabilità trasversale, dopo settimane di demagogia galoppante, di conflittualità quasi cercata, e di attacchi strumentali all’esecutivo di unità nazionale. È lecito attenderselo da chi è stata premiata dall’elettorato come Giorgia Meloni, e dai suoi alleati magari delusi dal risultato ma al potere grazie a lei. Ed è doveroso chiederlo anche a chi, ora che le urne e il Paese si sono espressi, ha il compito di riconoscere la sconfitta, analizzarne le ragioni e collaborare, dall’opposizione, al bene di un’Italia terribilmente bisognosa e ansiosa di vera unità. Sarebbe il modo migliore per onorare un voto democratico, e cancellare l’idea che il 25 settembre rappresenti una pericolosa battuta d’arresto, e non un’altra opportunità: per quanto insidiata da problemi che Draghi e il suo governo avevano cominciato a risolvere.

Corriere della Sera

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